Lo studio dei popoli

Lo studio dei popoli, nato come metodo dell'antropologia culturale sul finire del XIX secolo, al tempo in cui le grandi potenze occidentali svilupparono specifici interessi conoscitivi verso i popoli da esse colonizzati, è propriamente definito etnografia. Composto derivante dai vocaboli greci ethnos, “popolo” e grapho, “scrivo”, il termine “etnografia” fu impiegato per la prima volta nel 1607, in riferimento a raccolte di resoconti. Lo studio dei popoli è condotto sul campo, attraverso tecniche di ricerca quali l'osservazione o l'intervista, con l'obiettivo di raccogliere dati relativi a riti, rituali, cerimonie, norme, valori, credenze, comportamenti e artefatti caratteristici della cultura in esame. I dati così raccolti dall'etnografo vengono quindi sottoposti all'attenzione dell'etnologo che, operando a sua volta in un ambito inerente lo studio dei popoli, procede all'elaborazione di sistemi coerenti. La definizione delle sfere d'indagine relative rispettivamente all'etnografia e all'etnologia si deve all'etnologo francese Marcel Griaule. La fondazione dell'etnografia viene invece tradizionalmente attribuita al tedesco Gerhard Friedrich Muller, il quale, dedicandosi allo studio dei popoli siberiani tra il 1733 e il 1743, riuscì a collezionare un ricchissimo apparato di dati che spaziavano dall'abbigliamento, alla religione, ai rituali. Una svolta decisiva nel campo dello studio dei popoli, con riferimento particolare all'etnografia, fu segnata dall'antropologo statunitense Clifford Geertz, il quale, muovendo da un'aspra critica del modello classico, giunse ad elaborare un metodo etnografico totalmente inedito. 

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